Blog - Latest News

Forfettario vs Dipendente

Ho un guilty pleasure: ogni tanto apro Twitter 1 e vado a guardare lo zoo. Quella sensazione da gita scolastica davanti alla gabbia delle scimmie che si tirano addosso di tutto con il brivido di non sapere se stiano litigando persone o bot.

Read more: Forfettario vs Dipendente

In questi giorni lo zoo discute di partite IVA. E puntualmente qualcuno tira fuori l’argomento definitivo: “sì, ma il dipendente ha le ferie pagate, la tredicesima, la quattordicesima”. Detto con il tono di chi elenca dei regali come se a dicembre l’azienda, in un impeto di generosità, decidesse di aggiungere uno stipendio a quelli già pagati.

Non funziona così e il fatto che questa idea giri anche fuori dallo zoo, tra persone che le aziende le gestiscono, dice molto su quanto poco si guardi ai numeri giusti quando si confrontano lavoro dipendente e lavoro autonomo.

Il tema è tornato d’attualità in questi giorni: il disegno di legge di bilancio per il 2027, approvato dal Consiglio dei ministri il 28 ottobre, porta la soglia del regime forfettario da 85.000 a 100.000 euro di ricavi 2. Prima di schierarsi, vale la pena fare ciò che di solito fanno: mettere i numeri sullo stesso piano per poter discutere della stessa cosa.

La tredicesima non esiste

Partiamo dalla parte facile.

Una RAL di 40.000 euro è una cifra annua. Se il contratto prevede 14 mensilità, la persona riceve circa 2.860 euro al mese più due mensilità extra; se ne prevede 12, riceve circa 3.330 euro al mese e basta. A fine anno la cifra è identica. Tredicesima e quattordicesima non sono un di più: sono un modo di ripartire la stessa somma nel calendario[ref]Che poi abbia senso, nel 2026, far arrivare uno stipendio extra a giugno per pagare le vacanze e uno a dicembre per pagare i regali è un altro discorso. Ha il fascino del salvadanaio gestito dal datore di lavoro.[/ref].

Con le ferie vale lo stesso ragionamento, solo che è meno visibile: in un anno ci sono circa 250 giorni lavorativi; tolti ferie e permessi, una persona lavora vuoto per pieno intorno ai 220 giorni. Lo stipendio però arriva per tutti i 250.

Le ferie pagate, quindi, non sono un regalo che si aggiunge alla RAL: sono già dentro la RAL! L’azienda sa benissimo di pagare il ~12% dello stipendio per giorni in cui la persona non lavora, e lo mette a budget fin dall’inizio (lasciamo poi perdere il discorso billable, unbillable etc.).

Non si generano dal nulla queste cose: qualcuno le paga. Ed è proprio qui che il confronto con la partita IVA diventa interessante.

Perché il costo e non la RAL

Ho un’abitudine: quando si parla di una persona che lavora, la prima cosa che considero non è quanto prende, ma quanto costa. La “colpa” è di Hypernova, la cooperativa di cui faccio parte: in tre parole è una cooperativa di produzione lavoro in autogestione, in cui chi lavora è dipendente della cooperativa, ma si fa carico dei propri costi amministrativi e contribuisce al funzionamento del back office: ogni persona sa quanto deve generare perché stipendio, contributi e quota di struttura stiano in piedi. In questo schema la RAL racconta solo un pezzo della storia: il pezzo che si vede in busta paga 3

Da qui la scelta di metodo.

Dipendente e partita IVA sono due regimi diversissimi per tutele, rischio, previdenza, fisco. L’unica voce davvero confrontabile sta dal lato di chi paga: il costo per l’azienda.

Una premessa necessaria: parlo di partite IVA vere. Professionisti con più clienti, autonomia organizzativa, un proprio metodo di lavoro. Le finte partite IVA, quelle con un solo committente, l’orario imposto e la scrivania in ufficio, sono un altro discorso, che riguarda il diritto del lavoro più che l’organizzazione 4.

Stesso budget, due buste

Prendiamo un professionista senior nel terziario con una RAL di 40.000 euro.

Sopra la RAL l’azienda versa i contributi INPS a suo carico, intorno al 29%; accantona il TFR, il 6,91%; paga un premio INAIL quasi simbolico. Totale: circa 54.500 euro 5. Alla persona arrivano intorno ai 28.000 euro netti l’anno 6, più 2.760 euro di TFR che sono stipendio differito.

Se volete fare il conto sul vostro caso, invece di fidarvi delle mie medie, quelli di Jet HR hanno messo online un calcolatore gratuito del costo aziendale: parte dalla RAL, tiene conto di contratto e agevolazioni e, già che c’è, fa anche il conto lato forfettario 7.

Ora diamo gli stessi 54.500 euro, in fattura, a un professionista in regime forfettario che lavora gli stessi 220 giorni.

Il forfettario tassa un reddito presunto pari al 78% dei compensi, quindi circa 42.500 euro. Su questi pesano i contributi alla Gestione Separata INPS, il 26,07%, cioè circa 11.100 euro, e l’imposta sostitutiva al 15%, circa 4.700 8.

Tolti circa 4.000 euro di costi del mestiere (commercialista, software, assicurazione, hardware, formazione) restano intorno ai 34.700 euro.

Dipendente (RAL 40.000)Partita IVA forfettaria
Costo per l’aziendacirca 54.50054.500
Giorni lavoraticirca 220 (pagati 250)220 (pagati 220)
Netto annuocirca 28.000 (più 2.760 di TFR)circa 34.700 (dopo i costi 4k/€)
Contributi pensionistici dell’annocirca 13.200circa 10.600

A prima vista il professionista guadagna 4.000 euro in più. “Ecco, lo dicevo io che la partita IVA conviene.” Calma. Quei 4.000 euro non sono un guadagno: sono un accantonamento che nessuno ha ancora fatto.

Potenzialmente una persona in regime forfettario con quei 4.000 euro dovrebbe coprire anche

  • Una pensione che, a parità di costo, matura su circa 2.600 euro l’anno di contributi in meno.
  • La malattia.
  • Un fondo rischi (equivalente al TFR che va costruito in autonomia)
  • Il tempo non fatturabile dove un dipendente viene pagato anche per le riunioni inutili, per i pomeriggi in attesa di un’approvazione, per la formazione obbligatoria mentre un professionista no (ai quali poi si deve aggiungere il lavoro di backoffice).

Mettete in fila queste voci e i 4.000 euro spariscono prima di Pasqua. Il differenziale netto, a parità di costo, non è un premio: è la quota che il professionista deve mettere da parte per pagarsi da solo quanto il dipendente riceve dall’azienda o dallo Stato.

Esattamente come le ferie del dipendente non sono un regalo, il netto più alto della persona in regime forfettario non è un guadagno: sono due modi diversi di ripartire la stessa somma.

Chi paga il rischio?

Arriviamo al punto. Se il differenziale serve solo a pareggiare le tutele, c’è una voce che in questo conto non compare da nessuna parte: il rischio d’impresa.

Il cliente che paga a 90 giorni, quello che non paga, i due mesi vuoti tra un progetto e l’altro, il contratto che salta perché l’azienda ha cambiato priorità: questa incertezza il professionista se la assume per intero.

“Ma oggi anche i dipendenti rischiano: i ruoli si cancellano con uno schiocco di dita.” Vero, e chi lavora nelle riorganizzazioni lo vede tutte le settimane. Il posto fisso è molto meno fisso di quanto racconti la retorica. Però anche quando un ruolo salta, il dipendente ha un preavviso, un TFR, una NASPI, a volte un incentivo all’uscita.

Il rischio si è ridotto in modo meno netto di quanto pensiamo, ma resta in buona parte sulle spalle dell’azienda. Per il professionista non c’è nessun cuscinetto: il progetto finisce e il giorno dopo il fatturato è zero.

Ne segue una conclusione per me ovvia: a parità di ruolo e di professionalità, un professionista in partita IVA DEVE costare più di un dipendente. Non uguale: di più.

Perché oltre a coprire le tutele che si paga da solo, deve farsi pagare l’incertezza.

Rifacciamo il conto con un tasso di fatturabilità del 70%: 154 giorni fatturati per arrivare agli stessi 54.500 euro fanno circa 350 euro al giorno. Aggiungiamo un premio per il rischio anche solo del 15% e siamo intorno ai 400. La tariffa che in riunione sembra cara è, molto spesso, il costo onesto di quella persona.

Corollario: Se un professionista costa all’azienda meno di un dipendente equivalente, le spiegazioni possibili sono due: o non sta prezzando il proprio rischio, e prima o poi se ne accorgerà oppure non è un professionista: è un dipendente senza tutele.

Alzando la soglia

Fin qui il ragionamento regge bene perché, a 40.000 euro di RAL, il vantaggio fiscale del forfettario è più o meno equivalente a quello che serve per autoassicurarsi. Ma con un moltiplicatore di 1,36 un costo aziendale di 100.000 euro corrisponde a una RAL di circa 73.000: quadri, middle manager, specialisti molto senior.

Proviamo lì.

Dipendente (RAL 73.000)Partita IVA forfettaria
Costo per l’aziendacirca 100.000100.000
Netto annuocirca 44.000 (5.000 di TFR)circa 66.000 (dopo i costi di 4k)
Quota del costo che arriva alla persona44% (49% con il TFR)66%

Qui il differenziale non è più di 4.000 euro: sfiora i 20.000. L’IRPEF è progressiva e il dipendente da 73.000 euro paga il 43% su tutto quello che supera i 50.000; il professionista paga il 15% su un reddito già ridotto al 78% 9.

A questo livello, il vantaggio fiscale supera in modo significativo quello necessario per pagarsi le tutele.

E succede una cosa interessante: a 40.000 euro, per farsi pagare il rischio, il professionista doveva chiedere più del costo del dipendente (che abbiamo detto essere cosa buobna e giusta). Con questa nuova proposta a 100.000 non ne ha bisogno: può fatturare esattamente quanto l’azienda spenderebbe per assumere, senza un euro di premio, e ritrovarsi comunque circa 10.000 euro oltre quello che gli serve per pagarsi da solo pensione, TFR e malattia. Il premio per il rischio c’è, solo che non lo paga il cliente. Lo paga il fisco.

E a questo punto, a parità di costo per l’azienda, chi paga più tasse in proporzione? Il forfettario ha un prelievo piatto: con il coefficiente al 78%, la Gestione Separata e la sostitutiva al 15%, l’incidenza sui compensi è più o meno la stessa a 40.000 come a 100.000 euro. Il dipendente no, perché l’IRPEF cresce con la RAL.

In proporzione al costo per l’aziendaImposte (IRPEF e addizionali)ContributiPrelievo complessivo
Dipendente, RAL 40.000circa 15%circa 28%circa 43%
Dipendente, RAL 73.000circa 22%circa 28%circa 51%
Partita IVA forfettariacirca 8,7%circa 20%circa 29%

I contributi non sono tasse: il dipendente versa di più, ma quei soldi gli tornano in pensione.

Il confronto ragionevole secondo me va fatto sulla prima colonna: la prima colonna dice che a parità di costo, il dipendente (un quadro probabilmente) potrebbe pagare in imposte circa due volte e mezzo quello che paga il professionista forfettario 10

C’è anche un secondo perdente, meno visibile: l’autonomo in regime ordinario.

Un professionista che fattura 95.000 euro oggi esce dal forfettario e, con costi reali di 5.000 euro, pagherebbe circa 22.000 euro tra IRPEF e addizionali. Restando forfettario ne paga circa 8.200. La nuova soglia vale quindi tredici o quattordicimila euro l’anno di imposte in meno per chi sta in quella fascia; lo scalino non sparisce, si sposta un po’ più in là. Chi fattura 110.000 euro continuerà a pagare, in proporzione, molto più di chi ne fattura 99.000 11.

È qui che il ragionamento si potrebbe rompere: il/la professionista non ha bisogno di chiedere di più; l’azienda non percepisce di pagare il rischio; tutti e due fanno un conto che sembra conveniente. E la scelta tra assumere e comprare una prestazione, che dovrebbe essere organizzativa, diventa fiscale (che è il tema che spesso mi interessa di più) 12.

Scegliere per il motivo sbagliato

Una cosa va detta: stabilire quale regime convenga, in assoluto, è impossibile, e diffido di chiunque abbia la risposta pronta.

Dipende dal tipo di lavoro, prima di tutto.

  • Ad esempio il forfettario presume che i costi valgano il 22% dei compensi: va benissimo per chi lavora con un portatile e una connessione, molto meno per chi ha attrezzature, viaggi, collaboratori, software costosi.
  • Chi ha molte spese vere da scaricare può trovarsi meglio in regime ordinario, dove si deducono quelle effettive.
  • Oppure in una cooperativa, che mette in comune il back office e dà al socio le tutele del lavoro dipendente senza togliergli l’autonomia 13.
  • Oppure, banalmente, da dipendente.

Poi contano la continuità dei clienti, l’età, la famiglia, quanto si tiene alla pensione, quanto si dorme bene con un mese senza fatturato.

Troppe variabili per una tabella. Ed è proprio per questo che la convenienza fiscale non dovrebbe essere il criterio: è l’unica variabile facile da calcolare, quindi finisce per schiacciare tutte le altre.

Ti serve una persona dentro un processo, con continuità, che accumuli conoscenza e la lasci in azienda? Assumi.

Ti serve una competenza su un perimetro definito, con autonomia vera e un risultato misurabile? Compra una prestazione, e pagala per quello che vale, rischio compreso.

Sono due risposte giuste a due domande diverse.

Quando invece il criterio diventa l’aliquota, gli effetti di sistema sono prevedibili: il senior che si dimette per tornare il mese dopo in fattura, a fare lo stesso lavoro nello stesso ufficio; l’azienda che si ritrova senza competenze interne proprio sui ruoli che ne avrebbero più bisogno; la persona che a cinquantacinque anni scopre cosa vuol dire non avere né TFR né una pensione decente.

Ottimizzazione locale da manuale: ognuno fa il conto migliore per sé, il sistema nel suo insieme peggiora.

Le ferie del dipendente non sono un regalo. Il netto più alto del professionista non è un guadagno. Sono tutti e due modi di ripartire un costo, e l’unica cosa che davvero li distingue è chi si prende il rischio: chi se lo prende deve farselo pagare. .

Rende solo molto più facile dimenticarsela.

Notes:

  1. Mi spiace, ma per me quella cosa lì rimane Twitter. Ci sono cose su cui non si torna indietro. ↩
  2. È un disegno di legge, non una norma in vigore: deve passare dal Parlamento e, per i vincoli europei, l’esenzione IVA resta ferma a 85.000 euro. Nella fascia tra 85.000 e 100.000 si resterebbe forfettari per le imposte sul reddito, ma con l’IVA in fattura. ↩
  3. Questo non è un vizio limitato alle discussioni su dipendenti e partite IVA. Nelle aziende lo vedo continuamente: si prende un pezzettino del costo, quello più visibile, e si confronta con il pezzettino di un’altra soluzione. Il software scelto guardando il canone della licenza, dimenticando implementazione, integrazioni, formazione e il tempo delle persone che dovranno adattarsi. Il fornitore preferito perché costa due euro in meno al pezzo, salvo poi pagare il doppio in rilavorazioni e ritardi. L’agenzia scelta sul preventivo più basso, che diventa la più cara alla terza richiesta di modifica. Mele confrontate con pere, con grande sicurezza. Il concetto che manca ha un nome preciso, Total Cost of Ownership: quanto mi costa davvero questa soluzione, dall’inizio alla fine, compreso quello che non compare in fattura ↩
  4. E anche un po’ la decenza, ma qui rischio di uscire dal seminato. ↩
  5. Aliquote medie del terziario eh. Cambiano con il CCNL, la dimensione aziendale e le agevolazioni sulle assunzioni. Il moltiplicatore che ne esce, circa 1,36 volte la RAL, è buono per ragionare, non per fare il budget. E ho lasciato fuori postazione, licenze, buoni pasto, formazione e tempo di HR, che lo porterebbero verso 1,4 o 1,5. ↩
  6. Il netto cambia con regione, comune e detrazioni. Ho usato le aliquote 2026, nessun carico familiare e le addizionali lombarde, che sono quelle che conosco meglio. ↩
  7. Li cito perché sono dei bravi e lo strumento è davvero utile. Per la cronaca: con una RAL di 40.000 euro sul CCNL Commercio il loro calcolatore arriva a circa 54.900 euro di costo azienda. Le mie medie reggono 😀 ↩
  8. Semplifico: nel forfettario i contributi si deducono nell’anno in cui si versano, quindi il calcolo reale si sfasa tra acconti e saldi. A regime il risultato è molto vicino. ↩
  9. Il ddl ritocca anche l’IRPEF, estendendo il 33% fino a 55.000 euro. Sul nostro dipendente da 73.000 vale qualche centinaio di euro l’anno: non sposta il ragionamento di un millimetro. ↩
  10. la nuova fascia tra 85.000 e 100.000 euro corrisponde esattamente a quei profili. ↩
  11. Gli scalini fiscali sono un’altra attrazione interessante dello zoo: chiunque abbia mai visto un professionista rimandare una fattura a gennaio sa di cosa parlo. ↩
  12. POI. Arrivato qui, confesso un dubbio che è più personale che tecnico. Ho letto le dichiarazioni, e gli obiettivi ufficiali li capisco: mantenere un impegno preso con gli elettori, togliere il freno a chi si avvicina alla soglia e smette di fatturare per non superarla. “Non si può punire chi cresce.” Giusto. Ma se l’obiettivo è non punire chi cresce, la risposta sarebbe un passaggio graduale tra un regime e l’altro, non uno scalino spostato quindicimila euro più in là: chi oggi frena a 84.000 euro domani frenerà a 99.000. Nel frattempo, con quello che sappiamo oggi, l’effetto più certo è un altro. La distanza tra un quadro dipendente e un professionista che costano uguale all’azienda si allarga, proprio nella fascia in cui era già massima. Non ho trovato una stima del costo della misura, né una valutazione di quanta crescita ci si aspetti in cambio. Quindi, al netto delle promesse politiche e di un generico stimolo, la domanda mi resta: qual è il problema che questa norma risolve? ↩
  13. Qui sono di parte, lo ammetto. Ma è una parte che ho scelto facendo esattamente questi conti. ↩
0 replies

Leave a Reply

Want to join the discussion?
Feel free to contribute!

Leave a Reply

Tutti i materiali sono pubblicati con una licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0 (Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia). - Enfold Theme by Kriesi