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Aristotele, logica e Intelligenza Artificiale

Capita in ogni progetto (soprattutto digitale): arrivano le richieste con una soluzione dentro: le richieste non sono “abbiamo questo problema”, ma “vogliamo fare questa cosa”. Quando chiedi da dove viene quella certezza, la risposta è qualcosa come: “Ho visto come l’ha fatto un competitor” oppure “L’ho provato e funziona”.Quella certezza, quasi sempre, nasce da un’esposizione superficiale a qualcosa di complesso. E oggi quella esposizione è diventata più rapida, più convincente e più accessibile che mai.

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Nuovi problemi vecchi

Claude Design, l’ultimo strumento che ha alimentato il dibattito su AI e professioni creative, non ha inventato nulla di strutturalmente nuovo, ma ha reso più visibile una dinamica che esiste da quando esistono gli strumenti digitali:

abbassare la soglia di accesso a un dominio non equivale ad abbassare la soglia di competenza in quel dominio.

La differenza è che oggi quella soglia si abbassa in dieci minuti invece che in dieci mesi e questo cambia molto, ma non nel modo in cui il dibattito tende a descriverlo.

In mano a un designer, Claude Design fa quello che ogni buono strumento fa quando viene usato da chi ha conoscenza dichiarativa: accelera l’output e ne migliora la qualità.

Il designer sa cosa sta chiedendo, sa valutare quello che ottiene, sa quando il risultato è sbagliato anche se sembra convincente. Lo strumento moltiplica la competenza esistente.

In mano a un non-designer, fa qualcosa di diverso e altrettanto utile:

consente di effettuare iterazioni, di arrivare alla conversazione con l’altra persona con qualcosa in mano, non per sostituire quella conversazione, ma per renderla molto più produttiva.

Il collo di bottiglia

Per anni, la sperimentazione iniziale in qualsiasi progetto digitale aveva un costo (a volte nascosto) importante: richiedeva l’interazione tra persone diverse prima ancora che il lavoro reale iniziasse.

  • Volevi esplorare tre varianti di un’interfaccia? Serviva un designer.
  • Volevi capire se una soluzione era tecnicamente praticabile? Serviva uno sviluppatore.

Nel frattempo, chi aveva l’idea aspettava, il designer riceveva un brief vago, lo sviluppatore riceveva un wireframe sbagliato, e il ciclo ricominciava in una lunghissima partita a pong.

Quel ciclo ha un nome: fase di esplorazione 1 e aveva un costo che pochi mettevano a budget 2 perché non era visibile, distribuito nel tempo di tutte le persone coinvolte.

Watt Humphrey aveva descritto questo problema con una precisione che non ha perso nulla in trent’anni:

“For a new software system, the requirements will not be completely known until after the users have used it.”

3

L’incertezza sui requisiti non è cattiveria, non è incompetenza, ma è la natura del problema. Le persone arrivano con idee confuse non perché non si siano impegnate, ma perché un requisito diventa noto solo quando viene testato. Prima di quel momento, quello che abbiamo non è un requisito: è un’ipotesi.

Agile e Lean Startup hanno portato questa idea al centro della pratica professionale e dovrebbe essere patrimonio comune ormai. L’MVP (il Minimum Viable Product – Minimo Prodotto Fattibile) non è una versione economica del prodotto finale: è uno strumento epistemico. Serve infatti a validare le assunzioni critiche prima di investire sulla realizzazione 4.

La sperimentazione non è “proviamo e vediamo cosa succede”; è un’attività disciplinata.

  • Cosa voglio capire?
  • Quale ipotesi sto testando?
  • Cosa mi dirà che avevo ragione o torto?

Senza quelle domande, il prototipo non è un esperimento: è un’impressione con un’interfaccia sopra.

Un elemento costante

La versione zero, l’esplorazione, il prototipo, il wireframe grezzo, ha un costo che si è ridotto drasticamente: meno persone coinvolte, meno cicli di andata e ritorno, meno tempo perso a spiegare cosa si intende. Evviva.

Attenzione: la versione finale richiede ancora le stesse figure di prima [Ref]Da questo punto di vista ho dei dubbi sul fatto che sia effettivamente più economico: l’altro giorno è apparsa una notizia nella quale il CTO di Uber ha detto che hanno già finito il budget AI 2026 in questi primi mesi. Meno persone ok, ma il costo dei tool è interessante[/ref].

Figure che con gli strumenti AI, lavorano in modo strutturalmente diverso. Non meno: diversamente. A tal proposito è molto bello il racconto di Matteo Bossolini, co-founder di Cato, nell’ultimo episodio di Cosa Sposta: il programmatore non scrive meno codice perché è diventato pigro, ma perché è diventato architetto 5.

Il designer con Claude Design arriva alla soluzione più velocemente perché ha già eliminato le opzioni ovviamente sbagliate.

Lo sviluppatore con Claude Code produce l’architettura del sistema più in fretta perché ha già testato tre approcci senza scrivere una riga.

La competenza non vale meno; vale nel momento giusto, sul problema giusto.

Rispettare il tempo dei colleghi significa arrivare alla conversazione con un semilavorato che ha già attraversato un ciclo di verifica personale. Non “ho un’idea”, ma “ho testato questa ipotesi, ho visto che non funziona così, e voglio capire se la direzione è giusta”. Quella è la versione zero fatta bene.

Il rischio di distorsione

C’è però un effetto collaterale che va nominato senza eufemismi, e che Luca Sartoni ha descritto in un bel post: chi produce la versione zero tende a dimenticare che è una versione zero.

Non è pigrizia, non è malafede: quando in dieci minuti ottieni qualcosa che sembra un risultato professionale, il cervello registra competenza acquisita. E quella sensazione, quando incontra il potere decisionale, produce esattamente il danno che Luca descrive:

il lavoro degli esperti viene scavalcato, le risorse vengono allocate su basi emotive, chi ha competenza di dominio si trova a difendere scelte che non avrebbe mai fatto.

Il problema non è lo strumento, ma la mancanza di una distinzione operativa che le organizzazioni non stanno ancora facendo in modo esplicito: chi può produrre la versione zero (sempre di più) e chi può validare la versione finale (gli stessi di prima) sono due ruoli diversi e confonderli costa<.

Ma Aristotele?

C’è un concetto che Google ha sviluppato anni fa e che non ha mai ricevuto l’attenzione che merita fuori da alcune cerchie di sviluppo prodotto: il pretotyping.

In estrema sintesi il pretotyping aiuta a capire se ha senso fare qualcosa, il prototipo è già ragiona sul come fare a realizzare La distinzione con il prototipo è semplice ma fondamentale. Il pretotyping risponde alla domanda “ha senso farlo?”; il prototipo risponde alla domanda “Riusciamo a farlo?”. Sono due domande diverse, con due strumenti diversi e due momenti diversi 6.

La sperimentazione con gli strumenti AI vive esattamente nel primo spazio: serve a capire cosa ha senso fare prima di chiedere a qualcuno di farlo e portarlo alla finalizzazione.

Ed è qui che entra in gioco qualcosa che Aristotele aveva formalizzato ventiquattro secoli fa: il principio di non contraddizione.

A non può essere contemporaneamente A e non-A.

Il lavoro di sperimentazione non può essere contemporaneamente sperimentazione e prodotto finale. Non è una questione di contesto o di ottimismo: è una contraddizione in termini.

A è il pretotipo. Non-A è il prodotto. A non diventa non-A per accumulo di iterazioni: diventa non-A quando qualcuno con le competenze giuste decide che l’ipotesi è stata validata e che vale la pena realizzarla.

Confondere i due momenti non è efficienza; è saltare la domanda più importante.

Peccato che saltare la domanda più importante nell’era in cui gli strumenti AI rendono tutto più veloce costi più di prima perché la velocità amplifica gli errori di metodo, non li corregge.

BONUS: grafica by Gemini

Una comoda rappresentazione dei due pattern fatta con Nano Banana

Notes:

  1. A questo approccio vengono dati nomi diversi a seconda della disciplina di riferimento: Ideazione, Product Exploration, Discovery… è un momento in cui si fanno degli esperimenti per raccogliere esigenze e necessità reali prima di impegnare risorse nello sviluppo vero e proprio
  2. Non tutte le aziende hanno competenze di product management #sadness
  3. Per un nuovo sistema software, i requisiti non saranno completamente noti fino a quando gli utenti non lo avranno utilizzato.” Il principio vale ben oltre il software: vale per qualsiasi prodotto, servizio o interfaccia che non è mai esistito prima nella forma in cui lo si sta progettando.
  4. Piccola sintesi sul metodo e lo strumento: fare bene cose che non hanno senso non ha valore per cui è fondamentale validare le ipotesi più rischiose prima di procedere in maniera più aggresiva e strutturata (e bruciare budget). L’MVP è lo strumento di comprensione per capire tramite sperimentazione verso soluzioni nelle quali il livello di incertezza si è ridotto
  5. Se non ascoltate Cosa Sposta fatelo. Sintesi dell’episodio: Cato ha costruito l’intero software con un team di 4 persone nel tech, affidandosi a Claude, Cursor e Claude Code per la generazione del codice e concentrando il lavoro umano su architettura, PRD e ricerca di prodotto
  6. La distinzione tra pretotyping e prototipo è spesso ignorata nella pratica: si salta direttamente al “come farlo” senza aver validato il “se farlo”.
colorful abstract geometric design with spheres

Se non sai spiegarlo, non sai farlo. E nemmeno l’AI.

In ogni team c’è quella persona che fa le cose in modo impeccabile: istinto, velocità, qualità. La chiami per i problemi difficili e li risolve.

Poi provi a farla lavorare con un junior, a farle trasmettere quello che sa e… catastrofe. Risultato pessimo: Senior frustrato, Junior frustrato. Non riesce a spiegare perché fa quello che fa, le fa e basta e il Junior dovrebbe apprendere per osmosi 1.

Non è cattiveria. È che sapere fare e sapere spiegare sono due competenze diverse e non si sviluppano automaticamente l’una con l’altra.

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Notes:

  1. che è poi il motivo per cui alcune imprese vorrebbero tornare in presenza, così non hanno bisogno di struttura (fine del piccolo rant sulla presenza vs remoto)
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AI: può avere effetti collaterali, leggere il foglio illustrativo

Come credo la maggior parte delle persone, tra le altre cose sto lavorando a diversi progetti legati all’Intelligenza Artificiale (IA o AI) legati all’ottimizzazione dei processi in ambito marketing (automazioni, agenti, low code e tutte quelle belle cose li) e, oltre a sporcarmi le mani guardo anche agli impatti più ampi e devo dire che ho notato una cosa interessante (forse banale): stiamo rendendo i processi meno efficienti.

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L’impatto dell’AI sui Team di lavoro

Se proviamo a cercare un po’ di articoli sull’Intelligenza Artificiale e il lavoro, la quasi totalità si concentra su elementi di produzione/efficienza: come creare più post, come fare più contenuti, come sviluppare nuovi agent… e anche su LinkedIn si parla della velocità di realizzazione di ricerche, contenuti e di come grazie all’AI possiamo fare più cose a parità di tempo.

Proviamo ad andare oltre questo elemento superficiale e considerare gli effetti sui Team di lavoro facendo delle ipotesi su quello che potrebbe accadere ai gruppi di lavoro in vari ambiti (soprattutto marketing, comunicazione, prodotto) partendo da alcune premesse di carattere generale.

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Quattro premesse

Prima di parlare dell’impatto dell’AI sui team di lavoro sono opportune quattro premesse:

  • premessa sui contenuti: alla velocità di produzione non corrisponde un aumento di spazi;
  • premessa sulle attività: l’efficienza sulla produzione sposta l’attenzione su decisioni e priorità;
  • premessa sulle competenze: l’AI è una protesi magnificativa che richiede una doppia componente;
  • premessa sull’organizzazione: con poca chiarezza i benefici sono quasi nulli.

Premessa sui contenuti

Grazie all’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale oggi è possibile fare più contenuti? Assolutamente sì, ma è un elemento che non dovrebbe monopolizzare le conversazioni: aumentare la produzione di contenuti non è un obiettivo, ma potrebbe essere uno strumento funzionale al raggiungimento di alcuni obiettivi, anche se improbabile.

Perché improbabile? Banalmente per tre ragioni:

  1. Non è aumentata la quantità di tempo disponibile: abbiamo sempre 24 ore in una giornata, non abbiamo più tempo rispetto al passato e mediamente gli Italiani passano quasi due ore al giorno sui Social Media (con una leggera flessione anno su anno);
  2. Non sono aumentati gli spazi disponibili: se il tempo speso sulle piattaforme non aumenta, lo spazio disponibile per attirare l’attenzione delle persone rimane lo stesso.
  3. Non c’è causalità tra quantità e risultati: aumentare la quantità di post (o di budget) non si traduce necessariamente in un aumento dei risultati funzionali al raggiungimento degli obiettivi.

Se guardiamo qualche infografica ci sono già più contenuti che tempo, spazio e persone per guardarli.

Per cui riflettere su come automatizzare o aumentare la produzione di contenuti non è particolarmente interessante, bisognerebbe chiedersi sempre di più quali contenuti ha senso produrre.

Approfondimenti sul contesto:

Premessa sulle attività

Se il focus dell’AI è “produrre di più” ci stiamo concentrando sulla realizzazione di attività (o task) e anche questo non dovrebbe essere un obiettivo: se infatti ci concentriamo sul “fare cose” nel giro di alcuni mesi saremo nuovamente saturi e al punto di partenza, nuovamente stressati e con backlog lunghissimi.

There’s always more to build than we have time or resources to build – always

Le attività dovrebbero essere focalizzare sul ridurre la quantità di lavoro massimizzando l’impatto delle poche attività rimaste

Minimize output, and maximize outcome and impact

Le due frasi di Jeff Patton riportando l’attenzione a un tema che potremmo definire strategico: se oggi il costo e il tempo di realizzazione (operatività) si compattano, il focus e l’attenzione si spostano su altri elementi più decisionali sia in positivo (cosa fare) che negativo (cosa scegliere di non fare).

Approfondimenti sul contesto:

Premessa sulle competenze

L’Intelligenza Artificiale consente alle persone di migliorare le proprie competenze e velocizzare alcune attività sempre da un punto di vista operativo. Migliorare non significa creare o sostituire: da questo punto di vista l’AI è una protesi estensiva e in alcuni casi magnificativa 1.

Rimanendo vicini a questo concetto e riprendendo il concetto di persona T-Shaped o π-Shaped (alcune competenze orizzontali e alcune verticali) ecco che l’AI consente di aumentare le capacità senza però diventare sostitutiva (anche se questo è uno dei desideri non detti da parte di certe organizzazioni o manager).

Realtà vs Desiderio

Con l’AI lavoratori e lavoratrici assumono una forma che ricorda più una V, ma non consente di estendere le proprie competenze (che chiameremo, come nell’immagine “non skill”).

Una maggior autonomia delle persone, grazie all’aumento delle capacità, richiede anche una riflessione sul ruolo della persona e sul lavoro stesso. Se infatti in passato la Job Description o il Ruolo erano molto legati alla componente operativa, con la perdita di rilevanza di questa ecco che i confini tra alcune professioni tendono a perdere di senso.

Possiamo dare concretezza a questo concetto con un esempio: il lavoro dello Scrittore. Se tradizionalmente siamo abituati a sottolineare la componente pratica (una persona che di lavoro scrive), nel momento in cui l’Intelligenza Artificiale riduce/semplifica la parte operativa, la dimensione del lavoro si sposta verso la parte creativa (intesa come capacità di sviluppare soluzioni emergenti).

Ad aumentare di rilevanza sono ambito e capacità di affrontare una serie di nuove sfide in contesti ignoti.

Approfondimenti sul contesto:

Premessa sull’organizzazione

In un contesto dove il contesto VUCA si rinforza (dato che abbiamo un aumento di accelerazione e volatilità, incertezza, complessità e ambiguità) possiamo proporre una nuova metafora vicina al mondo ittico:

Pesce organizzato mangia pesce disorganizzato

Se infatti conosciamo già due frasi piuttosto famose – Pesce grande mangia pesce piccolo e pesce veloce mangia il pesce lento – oggi la componente organizzativa (non intesa come rigidità, ma come conoscenza del lavoro e capacità evolutiva) consente di massimizzare il valore delle nuove tecnologie.

Uno dei limiti che sta emergendo nell’implementazione di soluzioni legata all’AI è infatti il debito semantico, ovvero l’ambiguità su processi, ruoli, pratiche, struttura.

Nel momento in cui si vogliono ottimizzare i processi, è necessario che questi siano noti, nel momento in cui si vuole sostituire una persona, è necessario avere chiaro il ruolo etc. etc

La presenza di poca chiarezza sta generando la diffusione dei due/tre use case nell’adozione dell’AI su larga scala, con un focus sempre sulle attività e poco sugli impatti.

Approfondimenti sul contesto:

Team e AI

Sulla base di queste premesse che compongono il contesto è possibile andare a immaginare quali potrebbero essere gli impatti sui team di lavoro.

Come Team di Lavoro, appoggiandoci a Scrum, intendiamo un gruppo di persone (superiore a due e inferiore a 10) in possesso delle competenze e capacità necessarie per trasformare delle idee in incrementi.

Nel team consideriamo una eventuale presenza di Agenti AI (entità autonome o semi-autonome basata su intelligenza artificiale, sviluppata per perseguire uno o più obiettivi specifici all’interno di un ambiente definito).

Riduzione del numero di membri

Uno dei primi effetti potenziali sui team è la riduzione del numero di persone necessarie per produrre lo stesso output.

L’AI consente a singoli individui di svolgere in autonomia attività che in precedenza richiedevano il contributo di più specialisti e quindi un numero minore di persone è ora in grado di coprire un ventaglio di attività più ampio.

Aspetti positivi

  • Possibilità di lavorare su un numero limitato di attività
  • Efficienza operativa
  • Riduzione dei costi fissi
  • Comunicazione più semplice

Aspetti negativi

  • Aumento delle dipendenze esterne per mancanza di skill “profonde”
  • Incremento della superficialità data la riduzione dei punti di vista
  • Crescita della fragilità dato che ci sono meno ridondanze

Domanda chiave: come garantire resilienza in team più piccoli?

Team super-frazionati

Onde evitare dipendenze esterne, manteniamo un numero di persone simile al passato, ma questo team viene diviso su più progetti essendo aumentata la capacità produttiva. Ogni membro del team lavora su più stream e i team diventano sovra-estesi e multi-funzionali.

Questo è il modello adottato (spesso) nei contesti che vogliono massimizzare l’output senza ridisegnare l’organizzazione.

Aspetti positivi

  • Riduzione dei costi
  • Sviluppo di skill trasversali
  • Flessibilità cross-progetto

Aspetti negativi

  • Riduzione del deep work e aumento del content switching
  • Aumento dei costi organizzativi
  • Diminuzione della qualità per priorità concorrenti

Domanda chiave: come evitare la dispersione nei team frammentati?

Singolo Team multiprogetto

Una ulteriore possibilità è rappresentata da team stabili, strutturati, che operano contemporaneamente su più iniziative, mantenendo un’identità e una coesione interna.

A differenza dei team super-frazionati, in cui le singole persone sono coinvolte in progetti diversi spesso in contesti separati, qui il team agisce come unità unica e coerente, anche se lavora su stream paralleli. È una forma organizzativa che tenta di massimizzare l’efficienza senza perdere la cultura di team.

Aspetti positivi

  • Efficienza operativa
  • Resilienza e cultura di team
  • Diminuzione degli overhead rispetto a team separati

Aspetti negativi

  • Ambiguità decisionale
  • Potenziali carichi disomogenei
  • Dipendenza da figure di coordinamento

Domanda chiave: come generare impatto e non solo output?

TAAS – Plug and Play

Un ulteriore scenario è rappresentato da team modulari temporanei, attivati su richiesta in base a una specifica esigenza progettuale. Parliamo di team costruiti con logica Plug & Play o Team As A Service (TAAS): composti da persone interne, collaboratori esterni e, in alcuni casi, agenti AI, con l’obiettivo di rispondere rapidamente a bisogni puntuali (campagne, prodotti sperimentali, redesign, validazioni rapide).

A differenza dei team stabili o funzionali, questi team hanno una durata limitata e una missione chiara: vengono creati e sciolti in modo flessibile, spesso operando su processi già standardizzati o documentati.

Questo modello consente alle organizzazioni di reagire in modo rapido a opportunità o cambiamenti, senza dover riconfigurare l’intera struttura e richiede una forte maturità progettuale, chiarezza di obiettivi e un sistema di gestione del lavoro che consenta l’integrazione veloce dei team temporanei nel flusso complessivo.

Aspetti positivi

  • Massima flessibilità nella risposta ai bisogni progettuali
  • Attivazione rapida di competenze e capacità
  • Scalabilità abilitata da AI e standard operativi
  • Maggiore controllo sui costi variabili rispetto a team interni fissi

Aspetti negativi

  • Rischio di perdita di continuità e conoscenza progettuale
  • Maggiori costi cognitivi per integrazione e onboarding
  • Possibile disconnessione rispetto alla cultura e ai processi interni
  • Dipendenza da documentazione ben fatta e processi formalizzati

Domanda chiave: Come mantenere coerenza e qualità in team temporanei attivati su richiesta?

Notes:

  1. In Kant e l’Ornitorinco U. Eco definisce le protesi in tre macro-categorie: sostitutive (fanno quello che il corpo faceva, ma non fa più) estensive ( prolungano l’azione naturale del corpo) e magnificative (qualcosa che qualcosa che va oltre l’estensione)